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Call Center e Cortesia

Dopo il resistente Luke Pittard di cui abbiamo parlato alcuni mesi fa in questo post, eccoci di nuovo con un altro fulgido esempio di resistenza. La persona di cui parliamo oggi è un operatore di call center, di nome Claudio C. (il nome completo non possiamo fornirlo per questioni di privacy).

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Dice Claudio:

“Io ho studiato e pensavo di insegnare, di fare qualcosa che mi permettesse di mettere a frutto la mia cultura. Ma per alcune avversità mi trovo ora a lavorare in un call center, dove rispondo ai problemi dei clienti. Un call center, credo, è il massimo del lavoro spersonalizzante.”

Fin qui nulla di strano, l’esperienza che molti di noi hanno fatto, una storia come tante e, soprattutto, quello che molti di noi pensano sui call center. Ma sentite come continua:

“Eppure, in fondo, a me piace trattare con queste persone. Sarà perché a casa sono stato educato alla cortesia, sarà perché è il mio carattere, ma trovo soddisfazione nell’essere cortese. Sarà anche perché mi metto nei loro panni, quando mi trovo io dall’altra parte vorrei essere trattato così, e allora comincio io.”

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Purtroppo però, nonostante il suo impegno e la sua volontà Claudio si scontra con i soliti demotivanti meccanismi e pregiudizi aziendali:

“Però c’è un fatto. In realtà l’azienda è convinta che tutti quelli che lavorano al call center lo fanno per forza e sono scoglionati, per cui ci impone una cortesia finta, fatta di frasi stereotipate che dobbiamo usare per forza.”

E questa è la sua incredibile conclusione:

“E questo mi impedisce di mettere in atto la mia cortesia vera, il mio modo di esprimermi, di occuparmi di quella persona. Io non rifiuto affatto questo lavoro, anzi, dico queste cose proprio perché non voglio rifiutarlo, voglio dargli un senso.”

Non c’è che dire, tutti noi vorremmo avere la forza di volontà di Claudio (o anche solo trovare lui all’altro capo quando telefoniamo a un call center!). Questa storia dovrebbe farci capire che resistere non è qualcosa che facciamo solo per noi, qualcosa che ha ricadute solo sulla nostra vita: molto spesso è un “dono” che facciamo anche a chi ci sta attorno e che migliora il nostro mondo.

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Il lavoro è inevitabilmente intriso di emozioni e sentimenti. Riuscire a dare un senso a ciò che si sta facendo, mettendo se stessi e la propria personalità, può aiutare anche gli altri a vivere meglio il proprio ambiente lavorativo. Perchè qualsiasi ufficio possa essere un luogo dove non solo si fatica, si soffre e ci si scontra, ma ci ci si entusiasma, si gioca, si sogna, si costruisce insieme agli altri.

Questa intervista è stata tratta dal libro Abbracciare l’orso, in cui potete trovare testimonianze dirette di casi analoghi a quelli di Claudio.

1 Ottobre 2008  ·  5,444 visite · 2 Commenti
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I VOSTRI COMMENTI:

  • 25 Giugno 2009 alle 18:09 - Resistenza Umana:

    Grazie mille per i complimenti Alba, continueremo a fare del nostro meglio!

  • 23 Giugno 2009 alle 09:55 - Alba:

    Ragazzi, alla fine mi sono decisa a comprare il libro. Veramente bello! Complimenti e continuate così!

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